Montagna

Registrazioni di incontri a tema Montagna che si sono tenuti in edizioni del Festival delle Geografie
Territori di vita e comunità
Marta Villa (antropologa) ci conduce alla scoperta dell’istituto dei domini collettivi. I “domini collettivi” sono forme di governo del territorio in cui comunità locali si prendono cura della propria terra come risorsa vitale, non come mero strumento di reddito. Marta Villa e Mauro Iob conducono da anni una ricerca interdisciplinare che intreccia antropologia e giurisprudenza su questo tema. Il focus è sulle Terre Alte, dove emerge una solidarietà collettiva e consapevole nella gestione del territorio. La forma di governo comunitaria analizzata si distingue nettamente dalla logica privatistica e dal puro sfruttamento economico. Il video esplora come queste pratiche antiche possano offrire modelli attuali di sostenibilità e coesione sociale.
Sguardi generazionali
Sofia Bolognini (RIFAI Lombardia) e Michele Bianchi raccontano cos’è RIFAI e quali sono i progetti della rete per ripopolare le Terre Alte. RIFAI è una rete di oltre 80 soci, per lo più under 35, nata per dare voce ai giovani che vivono nelle aree interne e marginali italiane. L’obiettivo è trasformare la “rivincita delle aree interne” in una visione propositiva e innovativa, puntando su chi questi territori li abita davvero. Il dibattito si concentra sulle strategie di sviluppo socio-economico e ripopolamento, con particolare attenzione alla Lombardia. Turismo sostenibile, nuove professioni e stili di vita rurali sono i pilastri della proposta.
L’Abbandono e il riscatto
Il geografo Mauro Varotto propone una lettura innovativa delle “montagne di mezzo”, superando gli stereotipi legati allo sfruttamento turistico ed economico. Questi territori vengono riletti come spazi dotati di identità culturale propria, laboratori di modelli produttivi originali sedimentati nel tempo. Varotto analizza i processi storici di marginalizzazione, abbandono e degrado delle terre alte, mettendone in luce le dimensioni demografiche, agronomiche ed ecologiche. Ma la sua prospettiva non si ferma alla crisi: individua nuove dinamiche di ritorno alla montagna e strategie concrete di riscatto territoriale.
Montagne: “termometri” del cambiamento climatico
Giacomo Zanolin (geografo, Università di Genova), con Rossana De Lucia.
Le montagne sono presentate come osservatori privilegiati per leggere i cambiamenti climatici globali in atto. Il geografo Giacomo Zanolin guida il pubblico attraverso le principali catene montuose del pianeta, mostrando gli effetti concreti di fusione dei ghiacciai, incendi, alluvioni e siccità. I fenomeni in corso, per intensità e frequenza, non hanno precedenti nella storia registrata, aprendo interrogativi profondi sul ruolo futuro dell’umanità negli ecosistemi. Il video non si limita alla diagnosi: racconta anche le risposte coraggiose di comunità montane che si adattano e cercano nuovi modi di abitare un pianeta in rapida trasformazione. Le terre alte diventano così un laboratorio di resilienza e sperimentazione per il futuro.
Assalto alle Alpi
Marco Albino Ferrari capovolge la narrazione dominante sulle Alpi, spesso ridotte alle solite mete del turismo di massa come Courmayeur o Cortina. Il vasto “arcipelago alpino” viene invece proposto come patrimonio collettivo da gestire con misura, recuperando la tradizione storica e giuridica delle Regole e dei Domini collettivi. Ferrari rifiuta sia la cementificazione selvaggia sia un ambientalismo estremo e astratto, proponendo un approccio “valorial-pragmatico” che concilia economia compatibile e tutela del paesaggio. La presenza umana consapevole è vista come parte attiva dell’equilibrio naturale, non come minaccia. L’evoluzione tecnologica e scientifica, secondo Ferrari, oggi renderebbe possibile questo modello alternativo di sviluppo alpino.
Nepal e Ladakh — L’Himalaya tra India e Tibet
Renzo Garrone, tra i primi in Italia a promuovere il turismo responsabile, accompagna il pubblico in un viaggio culturale e geopolitico nella regione himalayana. Al centro della narrazione c’è il grande trauma storico di questa macroregione: l’invasione cinese del Tibet dal 1959, che ha sconvolto una civiltà millenaria a maggioranza buddhista lamaista. Nepal, Ladakh e Tibet etnografico vengono presentati come territori accomunati da alta quota, cultura e religione, ma anche da tensioni geopolitiche irrisolte.
Letture e strumenti di approfondimento per docenti delle scuole secondaria a cura di Tino Mantarro, giornalista
Ci possono essere ovviamente mille modi per parlare di montagna e della montagna.
C’è la montagna delle grandi imprese alpinistiche, quella dei rifugi e dei sentieri del Cai, la montagna delle vette e della scalate, dell’eroismo e dell’avventura, dei Walter Bonatti e Reinhold Messner, dei Riccardo Cassin e Achille Compagnoni, quell’attrazione per la cima che ogni generazione ha nuovi campioni, un po’ sportivi, un po’ esploratori, come Matteo della Bordella e Hervè Barmasse. Montagna eroica che va a braccetto con un’altra idea strettamente legata: la montagna come svago e fuga, quella contemplata per prima da viaggiatori, scrittori e filosofi romantici in cerca del sublime e terrificante fascino delle muraglie di ghiaccio, delle cime, delle forre abissali. La montagna che all’ inizio divenne luoghi di villeggiatura per chi cercava l’aria buona e nel secondo novecento è diventata destinazione di massa con l’affermarsi dell’industria della neve.
La montagna del nostro immaginario, quella dove si vagheggia di ritirarsi a vivere, dove si fugge appena si può, in cerca di refrigerio, tranquillità, natura.
Ma la montagna è anche altro: è soprattutto un luogo in cui si vive, si produce e si cerca di costruire, con successi sempre più alterni, un modo di vivere diverso, non per forza alternativo rispetto a quello urbano: è la montagna di oggi.
Generali
Per comprendere la complessità dell’idea di montagna, bisogna capire come sono state viste le montagne nella storia dell’umanità, collegate all’eterno e alle divinità, altezze vertiginose da cui star lontani perché fonte di pericolo che pure suscita attrazione. Due ottime introduzioni, libri di storia culturale che costruiscono la cornice necessaria sono:
1) La Montagna Natura e cultura di Veronica della Dora (Einaudi 2019, pag. 272), geografa italiana che insegna in Gran Bretagna è una ricca (anche di immagini) e dettagliata storia culturale delle montagne tra vette reali e immaginarie, come punto di incontro tra mondo terreno e ultraterreno secondo i libri delle grandi religioni ma anche per gli scrittori.
2) Montagne della mente di Robert Macfarlane (Einaudi 2020, pag. 288) dove lo studioso di letteratura britannico, docente a Oxford, partendo dalla sua personale passione per le montagne spiega e racconta come le montagne da essere considerate prive di qualsiasi attrattiva, anzi luogo da evitare sono diventate centro di gravità per generazioni di scalatori, avventurieri e poi semplici turisti in cerca di paesaggi diversi, un libro che ripercorre la storia dell’incontro tra l’uomo di città e le montagne, e lo fa attraverso il racconto delle esplorazioni alpinistiche, delle grandi scoperte scientifiche, delle opere di poeti e artisti posseduti dalla vertigine delle vette.
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Per godere comunque di tutta quella produzione letteraria sulla montagna, ottima l’antologia curata da Davide Longo, Racconti di montagna (Einaudi, 2007, pag. 318), una selezione di racconti sulla montagna come teatro dell’esistenza e dunque luogo letterario per eccellenza, con testi tra gli altri di Primo Levi, Nabokov, Kafka, Mario Rigoni Stern e anche di Petrarca, la cui Ascesa al monte ventoso si dice abbia inaugurato la letteratura di montagna.
Sempre in ambito letterario meritano tre libricini poco noti e citati quando si parla di letteratura di montagna, dove escono sempre i soliti nomi, Mauro Corona in testa.
1 La salita di Ludwig Holm (Sellerio 2024, pag. 124), una fiaba sulla volontà di potenza dell’uomo davanti alla grandezza della montagna.
2 Il silenzio di Max Frisch (DelVecchio editore 2013, pag. 118), riflessione sulla vita partendo da una scalata tra le montagne come affermazione del sé, per capire che la vita è anche e soprattutto altre che una ascesa tra le cime.
3 Tutta l’opera dello scrittore svizzero Arno Camenish (che scrive in romancio, la lingua del Canton Grigioni) che nei suoi libri pubblicati da Keller editore costruire l’affresco delicato di una piccola comunità senza nome dispersa tra le montagne dell’Engadina.
E un podcast prodotto dal Club Albino Italiano che affronta l’alpinismo da un punto vista che aleggia sempre, ma non si considera mai, il lutto.
Si chiama Oltre la vetta, ideato e scritto da Sofia Farina, la serie dà voce a chi ha perso qualcuno in montagna.
Le montagne, concretamente
Il miglior affresco per capire che cosa è stata nel Novecento la montagna italiana è quello tracciato da Antonio De Rossi in La costruzione della Alpi (Donzelli 2016, pag. 658), che spiega nel dettaglio (con molta attenzione al lato architettonico) le due tendenze andate in scena durante il Novecento: da un lato, l’esplosione del turismo, con i suoi processi di infrastrutturazione e urbanizzazione, con l’invenzione delle stazioni invernali e dell’architettura moderna alpina, con il consumo sciistico e automobilistico della montagna e la nuova idea di salute e di organizzazione del tempo libero; dall’altro, lo spopolamento, con la dissoluzione dei modi di vivere storici e l’abbandono delle aree vallive, e con il tentativo di determinare nuove funzioni e progettualità.
La montagna italiana – Alpi ed Appennini – è stata attraversata anni fa (2003 e 2006) dal giornalista Paolo Rumiz per scrivere i reportage che durante l’estate uscivano quotidianamente su Repubblica. Reportage che poi Rumiz ha rielaborato facendoli confluire in La leggenda dei monti naviganti (Feltrinelli 2007, pag. 339), un denso viaggio di ottomila chilometri, una cavalcata ricca di storie, incontri e belle descrizioni dal golfo del Quarnaro, dunque da Fiume che è in Croazia, a Capo Sud, ovvero il punto più meridionale della Penisola. Un buon libro per capire il contesto di cui si parla quando si parla di montagne in Italia.
La montagna non è solo un prodotto culturale o un luogo da viaggiare: è una realtà geografica che comprende le zone di vette e turistiche, ma anche e soprattutto tutte le altre vallate (e sono la maggioranza) che non sono alte quote e non sono turistiche e non sono neanche i fondovalle congestionati dove sono scesi a vivere i vecchi montanari: un’Italia di mezzo che è stata analizzata e teorizzata dal geografo Mauro Varotto in Montagne di mezzo (Einaudi 2020, pag. 208), che esce dallo schema di abbandono e marginalità diffuse come unica alternativa al divertissement turistico e prova a ripensare le terre alte (ovvero tutto quello che sta sopra i 600 metri di altitudine) del nostro Paese, luoghi apparentemente perdenti che possono essere abitati in modo diverso, contemporaneo, senza pensare per forza a un ritorno a un piccolo mondo antico dei bei vecchi tempi, che non erano certo belli e comunque sono vecchi.
Per capire i fenomeni occorrono dati, come quelli che fornisce Uncem, l’Unione dei comuni montani italiani, dove si trovano anche interventi sulle problematiche gestionali e burocratiche, e che ogni anno redige il Rapporto Montagne Italia.
Sulle problematiche delle montagne italiane riflette Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023, pag. 144), che analizza i modelli di sviluppo del passato che però vengono continuamente replicati anche oggi, aggrappati come sono a un’ideologia legata a vecchi stereotipi idealizzanti, che riducono la montagna a luogo salvifico di pura “bellezza” dove l’unica cosa che si può fare è andare in villeggiatura.
Problemi che non riguardano solo le Alpi, ma anche la dorsale appenninica, spesso dimenticata e derubricata ad “area interna”, ma con problematiche legate oltre che alla sua perifericità anche al suo essere montagna, come analizza Appennini: montagne a bassa definizione a cura di Federico di Cosimo (Donzelli 2025, pag. 175), che parte complesso di inferiorità della montagna appennica verso quelle più alte, alpine, e formula proposte per ripensare sistemi di welfare innovativi, ricomporre terreni agricoli e boschivi per riaprire nuove opportunità imprenditoriali, mettere mano ad una fiscalità incentivante per ospitare una ricca comunità ibrida di montanari restanti, per scelta, ritornanti, intermittenti, rifugiati.
Di Appennino e possibilità parla diffusamente il volume collettivo Appennini (Touring Club Italiano, 2023, pag. 264), con dieci racconti narrativi e dieci reportage che parlano dell’Appennino come luogo di nuove possibilità e sperimentazioni, tra cui Succiso, nell’Appennino Reggiano, dove è nata la prima cooperativa di comunità italiana, o l’osservatorio astronomico Gal Hassin, sulle Madonie siciliane.
La montagna turistica
Sulla montagna turistica e il futuro dell’industria dello sci, da leggere soprattutto Inverno liquido di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli (Derive e Approdi 2022, pag. 296), un dettagliato reportage dalle montagne italiane che parla di crisi climatica, terre alte e fine della stagione dello sci di massa, andando a raccontare caso per caso dalle Alpi Liguri al Friuli tutte le storie di chi sta pensando a un’alternativa allo sci da discesa e chi invece è ancora impantanato nel sogno ma si trova con sempre meno neve. Maurizio Dematteis cura anche il sito www.dislivelli.eu che si occupa di ricerca e divulgazione sulla montagna.
Sul tema ogni anno è utile consultare il puntuale dossier Neve Diversa 2 di Legambiente, l’edizione del 2025 riflette sul tema Una montagna diversa è possibile? Lo fa con una gran quantità di dati sull’innevamento, sugli impianti e le strutture di risalita, portando avanti il censimento degli impianti dismessi, ma anche con riflessioni sulle Olimpiadi, sul futuro delle stazioni sciistiche e le alternative possibili (si scarica dal sito di Legambiente, dove si trovano anche le edizioni passate).
Sullo stesso tema, ma con un occhio alle buone pratiche per migliorare la resilienza ai cambiamenti climatici specie delle piccole comunità e delle destinazioni turistiche di tutto l’arco alpino, italiano e non, c’è un grande progetto dell’Eurac di Bolzano, Beyond Snow che mette a disposizione online tutti i materiali di lavoro oltre alla conclusioni.
Una riflessione sulla monocultura del turismo montano è quella portata avanti dall’albergatore altoatesino Michail Costa in FuTurismo (Reatia, 2022), che racconta la sua esperienza di imprenditore di successo nel settore e l’idea di un turismo possibile e sostenibile delle alte quote.
Riflessione che il comprensorio dolomitico Fai della Paganella ha sistematizzato nel Podcast Echi della montagna prodotto da Chora Media, che esplora il turismo di massa, i nuovi modi sostenibili di vivere i sentieri, l’avanzare dei boschi e le trasformazioni delle comunità che abitano la montagna tutto l’anno.
Una piacevole lettura che racconta da dentro, con grande passione e capacità narrativa, un aspetto del quale si guarda poco della montagna turistica, ovvero la vita in rifugio, è La Strangera, romanzo di Marta Aidala (Guanda, 2024).
Il futuro della montagna
Riflessioni su dove sta andando la montagna italiana si trovano nelle pubblicazioni del collettivo L’AltraMontagna. Il collettivo, di cui fanno parte tra gli altri Mauro Varotto, Marco Albino Ferrari, Antonio Mambretti, anima il sito L’altramontagna, ospitato sul portale del quotidiano IlDolomiti, che fa da repertorio di storie, idee e riflessioni su una montagna diversa e possibile . Riflessioni che sono confluite nel volume collettivo La montagna, con altri occhi. Ridisegnare le terre alte (People, 2024, pag.226), che ha messo un primo mattoncino per suggerire quel che si potrebbe fare nelle altre montagne, quelle secondarie, non turistiche, nelle quote medie e fuori mano delle valli alpine e degli Appennini.
Sono spunti che in maniera più dettagliata sono portati avanti da Michele Sasso in Montagne Immaginarie (Edizioni ambiente, Verdenero 2024, pag. 198) che analizza sia le problematiche della montagna italiana (dal lascito delle Olimpiadi 2025 al costo dell’innevamento artificiale) che le storie di “successo”, come quella della piccola comunità piemontese di Ostana, esempio concreto di rinascita di un paese alpino all’ombra del Monviso.
Comunità montane che sono indagate anche nel podcast Cara Montagna (RaiPlaysound) promosso dalla GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, cinque puntate dove il paesaggio montano non è un mero sfondo, ma come un complesso ecosistema di coesistenze e dinamiche (economiche, sociali, ambientali), punto di vista privilegiato da cui osservare e riflettere sulle trasformazioni del presente, sulle pratiche di abitare e sulle interdipendenze sistemiche.
Di questa montagna possibile parla anche Marco Albino Ferrari in La montagna che vogliamo. Un manifesto (Einaudi, 2025, pag.132), dove si lanciano ipotesi praticabili per un futuro in cui il cambiamento climatico porterà sempre più persone a scegliere la montagna come luogo di vita. Ipotesi che vanno nel senso di un nuovo comunitarismo basato sulla protezione dell’ambiente, sul senso della misura, sulla responsabilità orizzontale nei confronti di chi in montagna vive già e di chi ci vivrà.
Uno dei concetti di cui si parla maggiormente quando si affronta il futuro della montagna in Italia è quello di metromontagna, sviluppato dal geografo Giuseppe De Matteis che parte da un approccio territorialista (ovvero trattando ogni luogo come esito di una relazione co evolutiva fra insediamento umano e ambiente) per definire un futuro di relazione di prossimità tra una montagna abitata e le città che le sono vicine, in termini geografici, ma lontanissime in termini ideologici, mentre potrebbero essere due mondi che vivono in simbiosi, lontani dalle pratiche di sfruttamento turistico che sembrano essere le uniche con cui si guarda alla montagna oggi. Un concetto che è stato affrontato e spiegato in Metromontagna, un progetto per riabitare l’Italia di Francesco Barbera e Antonio De Rossi (Donzelli, 2021).
Alla stessa collana – frutto del lavoro dell’associazione Riabitare l’Italia – appartiene anche il libro Migrazioni verticali di Andrea Membretti, Filippo Barbera e Gianni Tartari (Donzelli, 2024), dove si da conto del movimento dei «montanari per scelta» persone che hanno deciso di trasferirsi in montagna, anche a seguito dalla crisi pandemica e dalla diffusione dello smart working, dando vita a una nuova mobilità umana e una migrazione di senso inverso rispetto a quella registrata in tutto il Novecento.
Un’analisi che Andrea Mambretti ha affrontato in modo più articolato in Diventare Montanari (People 2025), in cui racconta del cambiamento degli stili dell’abitare nelle montagne del nostro paese, soffermandosi soprattutto sul fenomeno dei “nuovi montanari”, usando come lente un concetto antico ma sempre utile: le classi sociali.
Trasferirsi in montagna potrebbe essere anche un’idea curativa, un modo per curare i malanni del corpo e della mente – come accadeva un tempo nei sanatori – grazie alla salubrità dell’aria, ma soprattutto dello stile di vita, come ha raccontato nel dettaglio il Podcast di RaiPlaySound La montagna che cura di Luca Calzolari e Roberto Mantovani, che costruiscono un mosaico di storie intense e umanissime per dimostrare come la “montagna terapia” non sia una semplice camminata in quota, ma un vero approccio terapeutico basato sulla relazione, sul gruppo e sull’immersione in un ambiente naturale.
Storie di trasferimenti in montagna sono anche quelle raccontate prima nelle loro pagine Instagram e blog, e poi su libri autoprodotti, da Tommaso D’Errico che nel 2018 si è trasferito in alta Valle Maira come ha raccontato giorno per giorno nel blog Al ritmo delle stagioni, da cui è nato il libro Un anno di vita in montagna, scritto con Alessia Battistoni e autopubblicato. Scelta analoga a quella raccontata da Luce Ventrella ne Nel silenzio della baita (pp. 192, 18,90 euro, Sperling & Kupfer 2025). Libri nati sulla scia del cambiamento in atto, ma anche del successo editoriale de Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016) e del seguente film del 2024 con Luca Marinelli.
Un altro concetto evocato spesso per parlare di futuro delle montagne è la Restanza, elaborato dall’antropologo calabrese Vito Teti in Restanza (Einaudi 2022, pag. 108), in cui ad diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di se stessi. E allora Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente partendo dalla scelta controcorrente di restare nel proprio luogo di origine provandolo a cambiare dal basso.
Teti fa riferimento soprattutto all’Italia interna, quella del Sud che poeticamente è stata raccontata in tanti libri da Franco Arminio, professore e poeta, che in Geografia commossa dell’Italia interna (Bruno Mondadori 2013) e in Vento Forte tra Lacedonia e Candela (Laterza, 2018) ha raccontato l’esperienza di abbandono e svuotamento delle comunità sempre più marginali delle aree montane e collinari del meridione. Esperienza su cui riflette anche l’antropologa Anna Rizzo in I paesi invisibili (IlSaggiatore, 2024), un manifesto in cui senza nessuna retorica, ma con molta onestà si racconta la realtà dei paesi dell’interno per capire in che stato versa questa parte del nostro Paese, e si propongono interventi necessari per capire che cosa fare per evitare che, tra sfruttamento turistico e incuria dello Stato, un pezzo importante della nostra identità collettiva finisca cancellato per sempre.
Un bel libro di narrativa che a suo modo racconta della difficoltà di scegliere di vivere nei paesi dell’Italia interna è Solo d’estate di Emiliano Cribari (Bottega Errante, 2024), il racconto romanzato dell’impossibile ricerca di una cosa in cui vivere stabilmente in un paese qualunque dell’Appennino toscano, dove i padroni preferiscono affittare ai turisti che a un padre che sceglie di trasferirsi.
Affine ai richiami poetici di Arminio è Il Richiamo della montagna di Matteo Righetto (Feltrinelli 2025, pag. 128), che celebra in modo favolistico la simbiosi tra l’uomo e l’ambiente, invitando a una rivoluzione culturale più profonda, radicalmente ecologista, che per forza di cose deve affondare le radici nella spiritualità della montagna, ovvero della natura tutta. Un poco riecheggiando la lezione di Mario Rigoni Stern, specie quella di Arboreto selvatico (Einaudi), in cui sceglie venti alberi e racconta la loro relazione e importanza con le genti di montagna.
Due riviste-libro in questi anni hanno riflettuto in parte sulla montagna italiana, sono il numero Alpi di The Passenger (Iperborea, 2024, pag. 192), con contributi tra gli altri di Paolo Cognetti, Antonio De Rossi, Pietro Lacasella. E il volume Mappe. Montagna. La vita in alto (Touring Club Italiano, 2025, pag. 198), con contributi tra gli altri di Marta Aidala, Luca Mercalli, Marco Albino Ferrari e Franco Michieli, geografo autore anni fa di un piccolo saggio sull’andare per monti e non solo, imparando a leggere le tracce che la natura ci lascia in La vocazione di perdersi (Ediciclo, 2015, pag. 96).
